David di Donatello

Intervista a Valerio Mastandrea

CRISTINA FORMENTI 10 SETTEMBRE 2021

FESTIVAL

Che cos'è un festival?

Il festival è sempre stata un’occasione di confronto tra le varie cinematografie del mondo. È un luogo in cui vedi come è usato il cinema in culture diverse dalla tua e in cui puoi mostrare come lo vivi e lo fai tu.

In quanto attore, cosa rappresentano i festival per te?

Considero le esperienze dei festival le più intense rispetto al lavoro che facciamo perché stai a contatto con quello che hai fatto e anche con chi lo deve esporre e raccontare. Ho sempre vissuto i festival come delle feste rispetto al film.

Dalla partecipazione a un festival è mai scaturita un’opportunità professionale?

Non vedo nei festival un’opportunità professionale ma, laddove ho fatto parte di una giuria, mi hanno sempre arricchito tanto sia dal punto di vista personale che professionale perché sono un’occasione d’incontro e una forma di ricerca continua.

Tra i diversi ruoli che hai avuto l’occasione di ricoprire ai festival qual è quello che preferisci?

Le esperienze di giuria sono state le più formative. Quelle da attore le più stressanti.

C’è una partecipazione a un festival di cui hai un ricordo particolarmente bello?

La Mostra internazionale d’Arte cinematografica di Venezia nel 2005 quando ho fatto parte della giuria della sezione Orizzonti. C’era una giuria internazionale molto bella di persone molto appassionate. Era il primo anno della sezione Orizzonti e c’era una programmazione molto sperimentale. È stata una sorta di piccolo militare culturale.

A tuo avviso, c’è qualcosa in cui i festival italiani potrebbero migliorare?

Un festival come il Torino Film Festival, meno famoso di Venezia, ha sempre fatto un lavoro di ricerca e di selezione incredibile, scovando talenti e film davvero importanti. Anche verso il cinema italiano ha sempre fatto una politica di scelte meno isterica e meno opportunistica. Un grande festival come Venezia, invece, negli ultimi anni ha recuperato un fascino glamour quasi da anni ’60 a scapito, però, di un rapporto qualità prezzo col cinema italiano spesso accontentato e mai davvero cercato e stimolato.

E rispetto agli attori?

Non credo molto nello star system perché non l’ho mai vissuto così. Però a volte farebbe anche bene per veicolare un riavvicinamento del pubblico al nostro cinema. Qualcuno può fare il divo, qualcun altro no. Io sicuramente no.

PREMI

Che importanza hanno i premi?

Non è importante il premio ma chi te lo dà. Anche un premio di un cineclub di appassionati che da cento anni portano avanti la passione per il cinema in un certo modo a volte può riempirti molto di più di un premio più istituzionale.

Come ti rapporti ai premi?

Io non sono competitivo. Anzi, sono sempre stato una persona a cui piaceva quasi arrivare secondo per non avere la responsabilità di essere primo. I premi che ho vinto poi li ho sempre sdrammatizzati.

Tra i premi che hai vinto ce n’è stato qualcuno particolarmente significativo per la tua carriera?

I premi che ho vinto sono stati tutti significativi. Li ho sempre vissuti come premi al film e mai a me personalmente. Concepisco i premi come l’aver giocato bene in una squadra molto bella che ha vinto la partita. I premi però non mi hanno cambiato né l’approccio né il sentire quando bisognava fare un film e perché. Non ho mai scelto di fare un film perché pensavo che mi avrebbe portato a vincere un premio, anche perché se da piccoli fa piacere poi essere riconosciuti, da grandi si pensa di più a fare dei bei film piuttosto che dei bei personaggi perché sono i film quelli che restano.

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