Vincenzo Crea / Courtesy of Volver

Intervista a Vincenzo Crea

Per la serie di interviste dedicate agli attori italiani emergenti (focus group), appartenenti alla cosiddetta “Generazione Z”, volte ad analizzare le pratiche che determinano la validazione professionale dell’attore nei discorsi sociali da una prospettiva di genere, abbiamo intervistato Vincenzo Crea. Nato nel 1999 a Roma, Vincenzo Crea esordisce a undici anni nella serie televisiva Distretto di polizia (Pietro Valsecchi e Simone De Rita, 2000-2012). Il suo ruolo ne I figli della notte (Andrea De Sica, 2016), favola di genere presentata al Torino Film Festival dove interpreta un adolescente spedito in collegio a seguito di una bravata, gli vale una menzione al Premio Guglielmo Biraghi, Nastri d’argento 2017. Nel 2017 interpreta un contadino piemontese ne Il mangiatore di pietre (Nicola Bellucci, 2018) con Luigi Lo Cascio ed è ne Il primo re (Matteo Rovere, 2019), con Alessandro Borghi, nel ruolo di Elaxantre. Nel 2020 interpreta Michele Ardengo ne Gli indifferenti (Leonardo Guerra Seragnoli, 2002), adattamento del romanzo Gli indifferenti di Alberto Moravia, con Valeria Bruni Tedeschi e Giovanna Mezzogiorno.


Già da bambino pensava, aspirava alla carriera di attore?

Si. Penso abbia influenzato il fatto che la mia famiglia venisse dal sud, portava qualcosa di teatrale in sé, nel modo di vivere, di drammatizzare determinate cose. C’era qualcosa che mi sembrava l’unico modo di espressione, di vivere nel mondo. O forse no.

Ha mai pensato che potesse esserci qualcosa nella sua storia o identità personale che avrebbe potuto, in qualche modo, ostacolare la sua carriera di attore?

Diciamo che, tendenzialmente, sentivo che era una cosa assolutamente normale, quando a nove anni ho deciso mi sembrava estremamente plausibile che potesse succedermi. Sono stato ostacolato dall’idea che dall’esterno ci fosse stata una sorta di caratterizzazione della mia personalità, e che questa mi legasse ad un’idea di purezza. Ho paura di essere identificato “solo” come qualcosa. Questa paura può essere un ostacolo, finisci per crederci davvero.

Com’è arrivato a fare l’attore?

Dai miei tredici anni ho sempre fatto corsi con acting coach, e negli anni ho seguito i maestri che più mi colpivano. Adesso vorrei iniziare a fare teatro e lavorare con i registi.

Quali sono gli obiettivi professionali che ritiene di aver raggiunto, e quali quelli che desidera raggiungere?

Che ho raggiunto, di seminare un interesse, una propensione per un cinema d’autore, una certa maturità. Ho preso il Biraghi a diciassette anni, che è il premio che danno agli attori emergenti, quindi una sicurezza nell’affidarmi ruoli importanti, di un certo peso, perché posso farlo. D’altra parte, esplorare questo lavoro.

Qual è stata l’esperienza determinante, fino a oggi?

I figli della notte e Gli indifferenti. Il primo perché ero giovane ed è stato il primo momento in cui ho avuto un personaggio complesso e lo spazio per esplorare. Il secondo mi ha permesso di lavorare con attori che sono sempre stati e sono dei modelli, quindi confrontarmi e vedere come lavorano è stato uno degli highlight della mia carriera.

Pensando al suo primo ingaggio, quali sono stati gli elementi che hanno influito sulla scelta di lei tra gli altri?

Nel primo caso, sono stato fortunato perché questo lavoro funziona se vieni scelto. Sono stato privilegiato dal fatto che qualcuno avesse scritto una storia in cui io, un ragazzo di diciassette anni era il protagonista e anche un po’ borghesuccio. Nel secondo caso, il fatto di aver scelto dei progetti e di averne rifiutati altri, e di avere incontrato Leonardo, il regista. Alcune cose fortunatamente succedono a questo mondo, ci s’incontra, e ci si sceglie. Bisogna fare in modo che questi incontri avvengano.

In generale pensa che il suo aspetto fisico abbia giocato una parte nella scelta dei ruoli che ha interpretato sinora?

Sì, lavoriamo con la nostra immagine, ma non lo vedo come un limite.

A livello di abbigliamento, di look, come definirebbe il suo stile?

Non lo so, ho provato a essere affiancato da uffici stampa, penso di avere uno stile nella vita privata che vorrei applicare sempre di più all’esterno. Non mi piace mettermi il nome di nessuno addosso. Ci sono state fasi in cui non era così e avrei preferito che qualcuno mi dicesse cosa fare. Però la mia è una fase legata alla mia vita privata, per una questione d’età. L’immagine, la mia e quella degli altri, è sempre stata qualcosa che, a prescindere dal lavoro che faccio, mi ha incuriosito, o forse proprio per il lavoro che faccio. Più il costume, che per moda.

Pensando a Gomorra, secondo lei in Italia c’è una mascolinità predominante che si chiede agli attori d’interpretare?

Sì, certo. È una questione che va di pari passo con dove siamo oggi come società. Io appartengo anche da quel punto di vista forse ad un nuovo mondo. Il mondo maschile al cinema è ancora maschile per come si è sempre inteso finora. Nuove virilità, nuovi modelli forse arriveranno. Per quello forse c’è bisogno di nuove voci.

Alcuni registi hanno dichiarato che la presenza dell’attore sul set o in una stanza “si sente”. Cosa vogliono dire, secondo lei?

Se ci fosse davvero allora spero di averla. Alcuni di questi fattori sono costruiti, se ho visto l’immagine di qualcuno ripetuta infinite volte è normale reagire vedendolo dal vivo. Penso che ci sono persone che non esistono e poi esistono di fronte alla camera, nel senso che s’illuminano, lo sguardo li rende visibili e carismatici.

Ha partecipato a festival o eventi cinematografici durante l’emergenza sanitaria?

No.

C’è qualcosa che cambierebbe di questo sistema, per i nuovi arrivati?

Forse sì, ma devo ancora capire cosa.

Secondo lei, questi progetti cui fa riferimento da cosa sono mossi, invece che dal bisogno artistico?

Molto spesso c’è la voglia di fare un progetto che funzioni. Quindi l’esigenza è che il pubblico, come se fosse una massa definibile, apprezzerà sicuramente. Non si devono fare film per gli altri, si devono fare film per sé, se gli altri ci si ritrovano, bene. Non è che si può sapere a prescindere. Bisogna semplicemente esplorare, provare a dire qualcosa in maniera sincera. Non per forza quando si va attraverso qualcosa o un incontro si sa come finirà.

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