Foto: Roberta Krasnig / Courtesy of Planetfilm

Intervista a Francesco Di Napoli

Come ricorda la sua infanzia?

Da piccolo sognavo di fare il calcio, come tutti i bambini.

Com’è entrato in contatto con il mondo dello spettacolo, per la prima volta?

Con i PON, li facevo dalle due alle quattro del pomeriggio.

Di che si tratta?

I PON prevedevano lo spettacolo di fine anno. Nel primo ero protagonista, facevo il mercante, poi ho fatto il mandarino cinese, in Un mandarino per Teo. Siamo andati anche in scuole importanti.

La sua scuola non era importante?

Facevo l’alberghiero. Il liceo scientifico, il classico, l’artistico…Anche l’artistico, come noi, aveva i PON.

Il PON l’ha fatto alle superiori?

No, il PON l’avevo fatto alle medie. Poi ho fatto il primo anno di alberghiero, al secondo mi hanno bocciato. Io volevo andare a Gaeta.

Già da bambino aspirava alla carriera di attore?

No, non avevo il sogno di fare l’attore, volevo fare il pasticcere. Era impossibile sognare di fare l’attore, perché dove vivevo non ho mai conosciuto persone che volevano fare gli attori o cose del genere.

Dove viveva?

Rione Traiano.

Come, scusi?

Traiano. Un quartiere popolare, come Sanità, Parco Verde. Popolare. Lì è come un paese, si conoscono tutti, infatti adesso tutti sanno che faccio l’attore. Quando torno è come, come…

Una “festa”?

Una festa, sì.

Che lavoro fanno i suoi genitori?

Mia madre fa la casalinga, mio padre ha una bancarella di bigiotteria in Via dei Mille. Anche suo padre e il padre di suo padre facevano la stessa cosa. Mio padre faceva l’operaio Fiat ma poi non so perché, ha smesso e si è messo a vendere alla bancarella. Mio padre voleva che continuassi a fare il suo stesso lavoro, ma sono andato a lavorare in pasticceria. Il primo mestiere che ho fatto è il barbiere, poi sono andato in un bar-pasticceria a fare consegne. Il proprietario mi ha preso a cuore e dai quattordici anni ho lavorato lì come pasticcere, per un anno. Santa Chiara Polizzi! Chiara è stata la casting director de La paranza dei bambini, me la sono trovata un giorno al bar, mi ha chiesto: “Vuoi fare il cinema?”. Al primo incontro non mi sono presentato, e sono venuti a prendermi a casa. Allora poi sono andato.

Il suo primo film è stato La paranza dei bambini. Come si è svolto il provino?

Al primo incontro già sapevo le domande, tramite mio cugino che aveva già fatto il provino con Claudio, che erano tipo: “Hai mai visto una pistola?”, “Hai mai usato una pistola?”, cose così. Lui aveva risposto: “Per carità, mai!”, allora io ho detto a tutto sì.

Com’è arrivato a fare il provino?

Sì, perché mi avevano trovato tramite una foto su Facebook di mio cugino.

Il provino era su parte, un colloquio, o ha portato qualcosa da recitare?

No no, ci dicevano di creare lì un dialogo, su uno stralcio che Claudio ci diceva di non seguire alla lettera. All’inizio mi sentivo libero, ma provavo vergogna.

Di recitare davanti alla macchina da presa?

No, non la macchina da presa. Quella vergogna di farlo davanti alla gente. Dopo di che Claudio ha deciso di chiamare un acting coach. Eleonora Danco, che ci fa fare cose da matti tipo urlare: “Io sono Zeus!” su una sedia. Facendo così dopo non sentivo più timore e vergogna. Otto mesi ci hanno messo per dirmi se mi avevano preso, su Romulus ho fatto tre provini, che è la normalità. La Paranza è un caso a parte! Tutti i giorni dovevo andare, alla fine troviamo un accordo. Gli ho detto: “Ho un lavoro da tenere” e mi dicono: “Ti paghiamo le prove cento euro al giorno”, che manco le prendevo in un giorno di lavoro. Poi mi chiamano che dovevo andare a Cinecittà per confermare il protagonista. Eravamo io e un altro. Poi il regista mi ha confessato che per lui ero la sua scelta già dal primo mese.

Qual è stato il suo primo film importante?

Ho capito cosa significa fare l’attore in Romulus, su Paranza andavamo d’istinto, dovevamo dire cose ma molto d’istinto. La vivevamo, sembrava che non recitavamo. In Romulus ho lavorato sul fisico, la lingua.

È diverso dal film che lo ha fatto conoscere al grande pubblico?

Paranza è stato il lancio! Romulus il lancio per l’estero. Paranza non lo rifarei bene come l’ho fatto. D’istinto, sciolto.

E poi ha ricevuto subito altri ingaggi?

Paranza è uscito il 12 febbraio 2019, il 22 febbraio ho fatto il primo provino per Romulus. La casting, Francesca Borromeo, mi ha trovato dal film, lo aveva visto.

Ha mai vinto un premio cinematografico?

Sì, Ciak d’oro, Rivelazione dell’anno, Shorts Film Festival Premio Prospettiva, e in Sicilia mi pare Premio Ennio Fantastichini.

In generale pensa che il suo aspetto fisico abbia giocato una parte nella scelta dei ruoli che ha interpretato sinora?

Il volto in tutti i progetti è la prima cosa che vedono di un attore. Su Romulus ci saranno stati attori migliori ma avevo il volto più giusto.

Lei che rapporto ha con il suo aspetto fisico?

Scusa, non ho capito la domanda, puoi ripetere?

Per esempio, sarebbe disposto a modificare il suo aspetto fisico per un film?

Su Romulus ho avuto l’idea di stare tutto il tempo gobbo! C’è un episodio, sette o otto, dove sono capo del branco e sono più autorevole. Se lo vedi sembrano due persone diverse. C’è un’evoluzione fisica del personaggio. Sì, facendo teatro mi troverei più a mio agio col mio corpo. Penso che mi farebbe bene. Certo, avrei l’ansia di ricordare tutto! A teatro non puoi sbagliare.

Lei teme che il suo aspetto fisico possa rappresentare un condizionamento in futuro?

In che senso?

Nel senso che potrebbe rappresentare un vantaggio o un limite?

Limite? No! Fisico e aspetto visivo possono essere molto versatili, posso cambiare molto, fare tanti personaggi. Col corpo mi sento avvantaggiato, perché tengo lo schermo. L’ho capito adesso, dopo due anni.

A livello di abbigliamento, di look, come definirebbe il suo stile?

All’immagine un po’ ci tengo, non troppo. Ma un po’ ci tengo.

Il red carpet è un rito contemporaneo del cinema che si basa sulla credenza di una distinzione tra attore e ruolo sullo schermo. Lei cosa ne pensa di questo rito? Ha mai sfilato su un red carpet?

Amo il red carpet. Mi sono innamorato del Festival di Berlino. All’inizio non capivo bene l’importanza della cosa. Ti senti al centro di tutto. Quando ero piccolo non mi prendevano in considerazione, gli amici non m’invitavano. Adesso mi cercano. Ma più di tutto amo vedere il film col pubblico, le reazioni del pubblico in sala.

Si è trovato a suo agio sul red carpet di Berlino?

Molto teso! Ma sul red carpet non ero solo. Ero accompagnato da tutti, avevamo l’ansia. Ma tutti insieme era come essere a casa.

Come e con chi si era preparato per il red carpet di Berlino?

Da solo. Era un pantalone e giacca nero con una camicia di Versace azzurra-dorata.

Il suo personaggio, Nico, è ossessionato dal lusso. Si riconosce in Nico?

Il film racconta la realtà dei ragazzi di Napoli, non ho mai visto niente di così veritiero. È tutto proprio così. Ho vissuto tutto sulla mia pelle. Vogliono quelle cose per farsi notare.

I social hanno rivoluzionato il rapporto dell’attore con il suo pubblico, consentendogli di avvicinarlo come mai prima d’ora. Qual è il suo rapporto con i social media?

Zero. Social media zero. Due anni fa facevo storie a volontà. Sai, cose stupide. Da due anni mi sento più chiuso, voglio mostrare molto di meno. Interagire è più virale ma penso che se devo diventare virale dev’essere attraverso il cinema e la televisione. Non perché ho detto una cosa e l’altro l’ha condivisa. Ci tengo molto che le persone che mi seguono lo fanno perché mi hanno visto, per i progetti artistici.

Quando pensa al suo lavoro, si percepisce come un attore professionista, nel senso di attore e basta o, più in generale, come un artista “nomade” che desidera esprimersi attraverso diverse arti, canali e media?

Vorrei essere un attore completo, voglio essere un attore completo. Per Romulus per esempio ho fatto palestra, un po’ di stunt. Voglio migliorarmi. Poi se devo ballare, cantare. Un attore deve saper fare tutto.

Cosa sente di avere in comune e cosa di diverso dalla generazione di attori che la precede?

Il cinema di prima lo vedo più vero. Amo molto di più il cinema di vent’anni fa, gli attori stessi. Il caso di Di Caprio che nasce uno ogni cento anni. Gli attori professionisti che mi piacciono hanno settanta, ottant’anni.

E rispetto agli italiani?

Elio Germano è un attore. Io non voglio diventare una star, voglio essere conosciuto perché il pubblico mi ha amato e mi ha visto, in inglese. Voglio fare i miei film senza le conseguenze del successo. Io rimarrei così perché so che non lo reggerei.

Alcuni registi hanno dichiarato che la presenza dell’attore sul set o in una stanza “si sente”. Cosa vogliono dire, secondo lei?

Io non lo percepisco da dentro di me, ma dalla reazione del regista, io entravo dopo, la scena, rivedendola, sembrava accendersi qualcosa. A volte mi rivedo le scene. Dipende da come ti senti tu. Ma sono passati otto mesi, lì vivevamo.

Essere dotati di un potere seduttivo è fonte di empowerment o potrebbe costituire un problema, per un attore?

Il potere seduttivo è un vantaggio, la seduzione attrae e piace. Se anche non è necessaria. Ci sono diversi modi di sedurre, escluso il fisico. Uno può arrivarci. Se ci hai lavorato è ancora più bello, perché te lo sei guadagnato.

Come vive il periodo pandemico? Cosa rappresenta per il suo lavoro?

Questo lavoro non te lo fa pesare, non siamo con le mascherine, sul set sembri fuori dal mondo, un mondo a parte. Sul set, grazie ai protocolli adottati, il Covid19 si sente un po’ meno.

E durante il lockdown?

Esplodo. Con i self-tape, che odio! Mi ha pesato molto. È molto diverso dal provino in presenza, devi chiamare un amico attore ma se non hai un amico attore con cui farlo devi arrangiarti, l’ho fatto con la mia fidanzata ma non è la stessa cosa come quando a darti le battute è un attore.

Ha lavorato?

Durante l’emergenza sanitaria ho fatto Mina Settembre, la serie televisiva.

Ha partecipato a festival?

Ho fatto il premio Ennio Fantastichini. Mandare videomessaggi è un’altra cosa che non mi piace tantissimo fare.

Il 13 gennaio uscirà il suo nuovo film, La notte più lunga. Di cosa parla?

Tre ragazzi, la noia di Potenza. La storia la sento mia, sono l’unico che vorrebbe andare fuori a fare. Io ero l’unico dei miei amici a dire: Andrò fuori! Già la scuola a Gaeta era un altro mondo! Capirai. I costumi del film sono pesanti, fa freddo là.

A intervista conclusa, Francesco mi chiede in cosa consista precisamente il progetto di ricerca, e desidera aggiungere la seguente dichiarazione:

Vorrei dire che quello che cambierei nell’industria è di aprire più possibilità per chi non ha un nome. Venire a Roma comporta difficoltà economiche. Nell’ambiente mi sento uno 'stronzetto', quello fortunato.

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